N° 12 | Febbraio 2008

 

 

 

 

 

 

 

COMUNICAZIONE

Siamo spiacenti di comunicarvi che, a causa di alcuni problemi interni di riorganizzazione dell’organico, questo numero del nostro magazine bimestrale,

e forse anche il prossimo, verranno pubblicati on-line in “formato ridotto”, ovvero escludendo alcune rubriche che saranno presto assegnate a nuovi collaboratori.

Vi ringraziamo sin d’ora della vostra comprensione e ci scusiamo per il disagio.

Giulia & Joseph

 

 

Il Kenya è in pericolo. Possiamo fare qualcosa

di Giulia Rumor

 

Tutti certamente sapete di quello che sta accadendo in Kenya in questi giorni, ovvero da quando, il 27 dicembre scorso, le elezioni presidenziali (i cui risultati sono stati modificati a favore del vecchio presidente Kibaki, attraverso un vero e proprio broglio elettorale) hanno dato vita ad una lotta tribale interna. Kikuyu conto Luo, per ora...

I problemi sono circoscritti alle zone dove vivono queste tribù (Kisumu, Nairobi, Eldoret), ed è lì che la gente lotta a colpi di macete per ristabilire quelli che definisce i propri diritti, ovvero di essere rappresentata dal presidente appartenente alla loro tribù.

Non voglio ora sindacare e discutere su chi abbia effettivamente ragione (ma quando si muore e si ammazza c’è forse qualcuno che ha ragione?!), ma voglio spiegare ai lettori di questa mia rubrica quello che sta succedendo in Kenya al di là da quello che raccontano i giornalisti. A causa di questi scontri il turismo è improvvisamente crollato.

Gli italiani e gli europei (principali frequentatori del Kenya), e con essi gli americani, hanno immediatamente annullato i loro viaggi, indipendentemente da quale fosse la loro destinazione, e hanno scelto altre mete. Sotto un certo punto di vista li comprendo. Queste guerre fanno paura. I tour operator, di fronte all’assenza totale di turisti, hanno chiuso i villaggi, gli alberghi, i ristoranti. Addirittura hanno pianificato di tener chiusi i villaggi anche in luglio e agosto, indipendentemente da come andranno le cose...

 Hanno incentivato con ottime offerte l’affluenza del turismo su altre mete. Migliaia di persone sono state licenziate in tronco. Si parla di 5.000, solo nella zona di Malindi (dice il Console italiano a Malindi).

Gente che conta ogni anno sul lavoro dei mesi “buoni” (da dicembre a marzo al massimo, e da agosto a settembre, per un massimo di 6 mesi), in cui percepiscono uno stipendio mensile medio pari a 50 euro al mese, per poi “tirare avanti” nella lunga stagione delle piogge, quando tutto è chiuso e neppure gli aerei volano sul Kenya.

Ora sono tutti licenziati, tutti senza lavoro. E senza prospettive.

Tutti temono che prima o poi un onesto cittadino si trasformi in un criminale e in un ladro, avventandosi su quei pochi “temerari” che si recheranno in Kenya consapevoli che tra Nairobi e Malindi (terra dei Giriama) ci sono 800 km, e quindi i problemi politici a Malindi neppure sanno cosa sono (è come se nessuno andasse più a Venezia o a Milano, o a Roma, perché in Puglia ci sono disordini...assurdo!).

Lo temiamo anche noi. E allora sì che la situazione sarà davvero grave, perché il “benessere” e la sopravvivenza dell’economia del Kenya si fonda in gran parte sul turismo (in particolarmodo per le zone costiere).

Se davvero questa situazione si protrarrà per mesi, la gente (tutta la gente, non solo quella direttamente coinvolta nelle guerre tribali, che si svolgono, lo ripeto, a 800 km dalla costa) non avrà di che vivere, e non troverà alternativa al crimine.

Una parte di questo disastro si può evitare. Non scartando il Kenya quale meta per le vacanze, visto che si trascorrono sulla costa o nei parchi nazionali (dove si effettuano i safari), zone assolutamente non toccate dagli scontri che si stanno verificando.

Alcuni nostri clienti che hanno viaggiato nei giorni dei primi problemi, o nei giorni immediatamente successivi, e che ancora stanno viaggiando (rincuorati dai nostri consigli), si sono offerti di fornire informazioni a coloro che, nel dubbio se partire o meno, abbiano voglia di parlare con chi c’è stato, con chi ha verificato le reali condizioni del Kenya del turismo. Ringraziamo pertanto Mario, Cristina, Carlo, Sergio, Nadia, Stefania, dei quali daremo i numeri di telefono (ci hanno autorizzato!) a chiunque abbia voglia di ricevere informazioni chiare e sincere da chi “c’è stato”.

La nostra speranza è che la situazione si risolva il prima possibile, e che il turismo in Kenya riprenda velocemente, in modo tale da non generare danni peggiori della guerra tribale in corso.

Fidatevi di noi! Non metteremmo mai un cliente in una situazione di rischio...

 

Giulia