N° 1 | Marzo 2006

 

Vedere con i propri occhi… aiuta! di Giulia Rumor

 

Circa tre anni fa Joseph decise di accompagnare degli amici italiani a visitare Garashi, la località dove da tempo immemorabile vive la sua famiglia, e dove lui stesso ha vissuto fino all’età di 14 anni.

Joseph se ne andò circa 23 anni fa da Garashi quando una coppia di italiani lo aiutò, dandogli la possibilità di frequentare la scuola secondaria a Malindi, e da lì ebbe inizio il suo cammino, che oggi gli permette, oltre a svolgere un lavoro stimolante e gratificante, soprattutto di aiutare concretamente a mantenere tutta la sua numerosissima famiglia (15 tra fratelli e sorelle, genitori e 27 nipotini).

Garashi dista circa 80 km da Malindi, dalla costa, e raggiungerla non è proprio facile...

Ma torniamo a noi…vi dicevo che circa tre anni fa Joseph accompagnò a “casa sua” degli amici italiani, soprattutto perché si era reso conto che gli europei non avevano un’idea precisa di che cosa fosse la vera Africa, quella lontana dalle zone turistiche, quella dove davvero si patisce la fame, quella dove un bianco viene “accolto” ancora oggi con sguardi circospetti ma curiosi, quella dove i bambini scappano alla vista di una macchina,...

Quell’esperienza entusiasmò e segnò profondamente gli italiani che erano con lui, ma permise anche a Joseph di capire e verificare che tante persone vogliono capire davvero l’Africa, vogliono vedere, poter dare una mano, certi che ciò che danno, poco o molto che sia, possa veramente andare nelle mani di chi ne ha un disperato bisogno.

 

Così un po’ alla volta Joseph ed io abbiamo iniziato ad organizzare insieme delle giornate di “escursione” (destinate solamente a chi è davvero desideroso e preparato a questo tipo di esperienza) in cui, previa un’analisi delle zone dell’entroterra in cui le piogge sono state più scarse, causando perdite ingenti nei raccolti di mais, noleggiamo un pulmino 4x4, acquistiamo sacchi di riso, farina di frumento, mais, taniche di olio, zucchero, margarina, the, ma anche spazzolini da denti e dentifricio, sapone, vaselina, ciabatte, vestiti per bambini, paraffina per alimentare le lampade, penne, quaderni, zaini, palloni, cappelli, medicine,... portiamo con noi valige e valige di abiti e scarpe che raccogliamo in Italia e facciamo arrivare in Kenya, e iniziamo la nostra piccola ma grande “missione”!

Per chilometri e chilometri entriamo nei villaggi, distribuiamo generi alimentari e non. Ma la cosa fondamentale è che andiamo a conoscere l’Africa e gli africani, stringiamo le loro mani, prendiamo in braccio i bambini, parliamo con loro e li ascoltiamo quando ci raccontano i loro problemi e la loro gioia nel poter ricevere anche solo una piccola saponetta (magari “sottratta” da un turista dal bagno del villaggio a 4 stelle nel quale soggiorna).

 

Cari ragazzi è questa la verità: abbiamo conosciuto centinaia di persone! Centinaia di amici che ci rincorrono per centinaia di metri a piedi scalzi solo per ringraziarci di aver dato loro un chilo di riso e una saponetta!

Ma è bellissimo vedere come gli italiani, dopo un iniziale e comprensibile imbarazzo e disagio, nel corso della giornata perdano progressivamente diffidenza, paura e, perché negarlo, anche una sorta di “schifo”, per arrivare poi a stringere e baciare i bambini, accarezzare anziani, piangere con loro di gioia e gratitudine, medicare le loro ferite, togliersi la maglietta che indossano per donarla a chi non ha ricevuto nulla.

Un po’ alla volta, escursione dopo escursione, nelle zone dell’entroterra hanno imparato a riconoscere il rumore del nostro scalcagnato pulmino, e quando ci sentono arrivare ci corrono incontro raggianti i bambini ma anche gli anziani, e vogliono accarezzarci, salutarci, ringraziarci, ripetere quelle parole che ci hanno sentito pronunciare.

Così, ascoltando i loro bisogni, Joseph ed io abbiamo capito che nell’entroterra si può fare davvero moltissimo con poco.

 

Un pozzo che consente l’approvvigionamento idrico di decine e decine di villaggi costa solo 750 euro.

L’impianto di irrigazione per poter bagnare campi e farvi crescere verdure e frutta, senza dover quindi dipendere dalla pioggia (che in zone così desertiche è sempre più scarsa e insufficiente) costa solo 1.000 euro.

Prendere un bambino e portarlo in una scuola dove possa essere nutrito, seguito, curato e istruito come si deve costa solo 800 euro all’anno.

Riempire di provviste un pulmino costa solo 250 euro.

 

Così i nostri amici italiani, che di volta in volta sono venuti con noi nell’entroterra africano, hanno toccato con mano cosa sia la vera Africa, ed un po’ alla volta abbiamo iniziato a fare qualcosa di concreto:

- Lorena e Cesare hanno realizzato, in occasione del loro matrimonio, un pozzo profondo 31 metri;

- Rebecca ha realizzato, in occasione della sua Prima Comunione, un pozzo profondo 20 metri;

- Costanza ha realizzato, in occasione della nascita della sua bambina Martina, un pozzo profondo 24 metri;

- Emanuela, Diamante, Barbara e Cristina hanno portato a scuola Georgina;

- Antonio ha portato a scuola Vidzo;

- Anna ha portato a scuola Marcelyne;

- Elisa ha chiesto a Babbo Natale di portarle 400 penne per i bambini di Garashi;

- Cathi, Angelica, Fabrizio, Alberto, Maura, Antonella, Giorgio, Mario, Maria e tantissimi altri amici hanno riempito interi pulmini di generi alimentari;

- Decine di amici di nostri amici hanno accantonato centinaia di indumenti, e ancora mi contattano per inviarmi piccole somme di denaro che, come ben sanno, consentiranno di acquistare molto e, soprattutto, andranno “a finire” nelle mani giuste.

 

Non è tantissimo. Lo sappiamo bene. Ma è già qualcosa. E l’eco si sta diffondendo, cosa ben più importante.

Volevamo darvi un report di come sia possibile “fare qualcosa” per chi ha meno di noi, di come sia bello conoscere realtà differenti dalla nostra e aiutare qualcuno, senza doversi necessariamente “sentire in colpa” per il genere di vita che noi conduciamo e senza colpevolizzarci perché noi siamo nati in Italia, e “loro” sono nati in Africa. Non abbiamo scelto noi di essere italiani, e non hanno scelto loro di essere africani, ma noi possiamo scegliere di fare qualcosa per loro.

La nostra ricompensa è un sorriso, e il calore delle nostre lacrime che scivolano lungo il nostro viso. Ci proponiamo, d’ora in poi, di darvi un report bimestrale (questa sarà la cadenza della nostra newsletter) su ciò che faremo in Kenya e in Africa con l’aiuto dei nostri amici.

Se qualcuno desiderasse dettagli più specifici non esiti a chiederci informazioni.

 

E... se per caso vi alletta l’idea di poter vivere in prima persona questa esperienza faccia a faccia con la vera Africa...contattateci!